I testi

Intervento dell’artista, già docente di Disegno e Storia dell’arte, scultore ed illustratore, professor Giuliano GIULIANI, rilasciato in occasione della presentazione della mostra di pittura “CAPUTO…d’estate” presso la Sala Artemedia di Cervia, dal 20 luglio al 3 agosto 2022

“Caputo…

 un raffinato senso della misura improntava la sua vita.

Anche nelle sue opere nulla era lasciato al caso, non si perdeva nel dettaglio, evitando così di scadere in noiosa pedanteria.

Dotato di sensibilità critica ed autocritica finissima, sapeva cogliere dalla natura e dall’ambiente domestico i più segreti suggerimenti per farne materia poetica.

Aveva elaborato un linguaggio figurativo personale che avrebbe potuto competere, per padronanza di mestiere, con la raffinata tradizione pittorica ottocentesca, divenendo il decano di riferimento di noi pittori di Castiglione, ai quali incuteva un certo timore, per la verità e la schiettezza del suo  giudizio, mai espresso con spirito animoso.

Questa pittura poetica di Caputo, che insegna e conquista, mi è sempre parso possa avere un riscontro nella poesia pascoliana, anche per un certo spirito interpretativo del tema sacro, tradotto sulla tela con candore fanciullesco.

Per me questo è Caputo”

Introduzione alla mostra
(5-23 gennaio 2022)

(testo estrapolato dal catalogo “CAPUTO”)

Cesare Zavatta
Assessore alla Scuola, Cultura e Partecipazione del Cittadino
Comune di Cervia

E’ davvero un piacere portare un contributo introduttivo all’esposizione del nostro concittadino, e personalmente mio compaesano ed amico di famiglia, Augusto Ponti, “Caputo”.

 A lui sono legati alcuni suggestivi ricordi della mia infanzia: le sue visite alla mia famiglia, la sua presenza discreta, la sua abilità impareggiabile nell’arte del rammendo e della sartoria, la sua gentilezza che si declinava in modi ricercati e quasi aristocratici.

Tutti atteggiamenti non scalfiti da una vita che ha conosciuto momenti drammatici, derivanti dagli eventi che hanno coinvolto il nostro paese nel ‘900, culminati con la detenzione, per due anni, in un campo di lavoro nella Germania nazista.

Questa Amministrazione Comunale vede l’evento culturale anche come mezzo per far conoscere e risaltare la nostra identità, la nostra storia, il nostro vissuto, per meglio interpretare il presente e riprogrammare il futuro. In questo senso, le esperienze vissute dall’autore, che si riflettono nelle sue opere, possono insegnare davvero tanto alle nuove generazioni.

     Il suggestivo scenario della nostra Sala Rubicone, luogo fortemente evocativo dell’identità cervese, fa da sfondo alla sua mostra, aprendo un percorso di reciproca valorizzazione fra autore e luogo dell’esposizione, che contribuisce a creare una “bellezza diffusa” all’interno del nostro Centro Storico.

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Saluto di Gianni Grandu

(Presidente del Consiglio Comunale di Cervia, Consigliere Provinciale Ravenna e membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Culturale “Francesca Fontana”)

rilasciato in occasione della presentazione della  mostra (5/23 gennaio 2022)

   Carissima Gianna,

con grande dispiacere non posso partecipare al taglio del nastro della mostra dedicata al carissimo pittore Caputo.

   Vi faccio gli auguri e vi esprimo anche tutta la mia gratitudine per questo gesto che si tramuta in un tributo che, con impegno e tanta passione, avete realizzato, tributo per un grande artista che ho avuto il piacere di conoscere e, con lui, di confrontarmi, nel periodo in cui si trovava a “Villaverde”!

   Ho anche un suo piccolo quadro, che conservo con cura e amore; rispetto questo dono che mi è stato fatto con tanto piacere e con entusiasmo, sia pur espresso con il carattere forte e molto duro degli ultimi tempi.

   Dunque, ancora grazie a te e a voi, oltre che dell’invito, anche per aver realizzato questo momento che darà l’opportunità ai cervesi, e non solo, di conoscere meglio l’artista e la persona che, attraverso i suoi quadri, esprime sentimenti e arte con colori profondi che danno ulteriore valore alla vena artistica che lo ha contraddistinto nella sua lunga vita!  Un caro saluto.

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Ricordo di Caputo

(testo estrapolato dal catalogo “CAPUTO”)

di Eugenio Fusignani

Vice Sindaco di Ravenna


Se qualcuno avesse chiesto a un castiglionese, non importa se ad cva o ad là de’ fion1,
chi fosse Augusto Ponti, pochissimi avrebbero saputo rispondere; ma se si fosse chiesto
di “Caputo”, allora tutti non avrebbero avuto dubbi nel rispondere ‘e pitôr2.

Sì, perché Augusto Ponti, o meglio Caputo, pittore lo era davvero, con un talento naturale e
genuino, non mutuato da studi di settore o da scuole d’arte. Già, conoscenza artistica e
tecniche pittoriche si possono acquisire, ma nessuna “accademia” potrà mai fornire il
talento a chi non l’ha. E Caputo di talento ne aveva da vendere. Un talento che si era
nutrito della sua sensibilità, esaltata anche dalle vicissitudini della sua vita.
Giovanissimo soldato nel secondo conflitto mondiale, fu fatto prigioniero e rinchiuso
in un campo di prigionia tedesco. Quell’esperienza, terribile, non lo avrebbe mai più
abbandonato. E la presenza inquietante di quella tragedia la si coglieva nel suo sguardo
che, pur nella dolcezza e nell’intelligenza che lasciava trasparire, non riusciva a celare
un velo di malinconia, la stessa che si respira in ogni suo lavoro. I suoi volti, i suoi
paesaggi, le sue case con le finestre chiuse, oppure con le sottili sbarre delle grate,
erano lì a testimoniare plasticamente la sua vicenda umana. Una componente
importante della sua sensibilità era data dal grande amore per la madre: qualcosa di
potente che sprigiona dalle tele che la ritraggono, poco importa se in primo piano o in
ambientazione. Poesia pura sono quelle sue pennellate che aprono l’animo di chi le
guarda perché esse stesse hanno anima. E la malinconia dei tratti e delle tinte avvolge
chi le guarda, facendo sentire tutta la forza di quest’uomo piccolo e apparentemente
fragile, ma potentissimo nel trasmettere i suoi sentimenti positivi e modesto e umile,
come si evinceva anche da quel suo ripetere spesso “Io non dipingo, a pastroč cun al
dida”
3 .

Sapeva anche rammendare come pochi, tanto che, paradossalmente, ogni toppa
era quasi migliore del tessuto originale. Eppure, anche in questo suo lavoro di antica
pazienza, frutto di una cultura contadina legata a un senso del riutilizzo, aveva lo stesso
atteggiamento di modestia che lo portava a definire “rabberci” quelli che in realtà erano
veri e propri restauri, eseguiti filo a filo. Una cultura del riciclo ante litteram, figlia di
una vita di difficoltà, ma anche di una sorta di moralità che induce a non sperperare
mai nulla e a rispettare le cose che con fatica si sono ottenute. Un rispetto che è anche
rispetto della natura e che porta a dare il giusto valore anche a cose apparentemente
insignificanti. In fondo, quante di queste piccole cose, che oggi ognuno di noi butta
con leggerezza, gli saranno mancate in quel lungo periodo di prigionia? Forse anche
per questo Caputo, in un oggetto di scarto, non vedeva solo un rifiuto, ma qualcosa meritevole di avere un’altra possibilità di impiego e di vita, oppure una potenziale tela
da riempire con la sua arte. Così, il cartone di una scatola o il fondo di una cassetta da
frutta gettata via dopo un mercato, diventavano materiale prezioso quando le sue dita
iniziavano a pastrucé cun i culùr4. Si sa che l’arte spesso non rende merito soprattutto
a chi non ha “santi in paradiso”, e Caputo non ne aveva, non ne voleva, né, tantomeno,
desiderava vendersi per ricavarne una buona recensione. Così, tutta la sua opera ha
trovato pochi momenti di esposizione pubblica e poche occasioni per ricevere quei
riconoscimenti che meritava. Mi piace pensare di avergli dato io una di quelle poche
occasioni quando proposi all’Associazione Culturale Castiglionese, che porta il nome
di Umberto Foschi (‘e su amìg profesôr5, che gli aveva dedicato una recensione negli
anni settanta), una serie di mostre dedicate agli artisti castiglionesi, partendo proprio
da lui. Anche la bellissima recensione critica della cara professoressa Elisa Venturi è
figlia di quell’iniziativa culturale. Ho il rammarico di non essere riuscito, nonostante
molti tentativi, a far conoscere Caputo a critici d’arte famosi. Lo avrebbe meritato ma,
a distanza di anni, penso che sono loro a non averlo meritato. Perché potranno
apprezzare l’artista anche dopo la morte, ma la persona straordinaria che era non
avranno mai il privilegio che abbiamo avuto noi di conoscerla, apprezzarla e volerle
bene. Quel bene riservato alle persone care che, con la loro sofferenza, testimoniano il
grande valore della vita la quale, ancor più nelle difficoltà, va vissuta con la dignità e
il rispetto di se stessi e del prossimo. La morte, come se avesse voluto rispettare il suo
volere, ce lo ha tolto alla soglia del suo secolo di vita, ma senza farglielo varcare,
proprio come era nei suoi auspici. Oggi che non c’è più, non resta solo il suo
straordinario lavoro artistico, portato avanti fino agli ultimi giorni con mano meno
ferma ma sempre felice nel tracciare figure e nature in ogni materiale di recupero, ci
resta soprattutto il ricordo della bella persona che è stata, con tutta la sua carica di
grande umanità. Un uomo schivo e generoso, di sentimenti forti, schietti e genuini
come la terra che lo ha visto nascere, crescere e diventare quel Caputo di cui ora
ammiriamo le opere. Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere Caputo, di
apprezzarlo e di volergli bene. A lui va il mio commosso pensiero e ai pronipoti il mio
ringraziamento per l’impegno nel portare avanti la conoscenza e la memoria dell’artista
e dell’uomo.

  1. di qua o di là dal fiume
  2. il pittore
  3. pasticcio con le dita
  4. pasticciare coi colori
  5. il suo amico professore

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Lettura critica

di Elisa Venturi

(laureata in Lettere moderne, indirizzo storico-artistico con diploma di specializzazione per l’insegnamento della Storia dell’Arte, critica d’Arte, guida turistica della regione Emilia- Romagna, insegnante presso gli Istituti Superiori e docente per la Libera Università per Adulti di Cervia)

Testo estrapolato dalla scheda d’arte pubblicata in occasione della personale dell’artista organizzata nel marzo 2012 presso “Casa Umberto Foschi” a Castiglione di Cervia.

Due contadini, dipinto presente sulla copertina della scheda d’arte

Augusto Ponti, in arte Caputo, è un artista autodidatta ma il suo stile riecheggia la sensibilità romantica dei paesaggisti inglesi, combinata al segno rapido e fratto degli Impressionisti. Il Primo Romanticismo considerava la natura come forza creatrice, come essere vivente anche in una prospettiva panteistica e, al tempo stesso, aspirava a rifugiarsi in essa, scoprendo nella sua spontaneità un rimedio contro i disagi della civiltà. È in questa direzione che si pone il nostro autore: come un malinconico pittore ottocentesco, insoddisfatto del presente, agogna a una continua fuga nel passato dove si respirava ancora un’intima fusione fra l’uomo e il creato. Soprattutto dopo il ritorno dall’esperienza della prigionia presso un campo di lavoro in Germania, la sua pittura ha trovato riparo e consolazione nel mondo dell’infanzia, riscoprendo un rapporto primigenio con l’ambiente. Sulle sue tele appaiono volti e oggetti della campagna, fugaci apparizioni non osservate dal vero ma distillate dalla memoria: la madre, la sorella, i contadini intenti al lavoro dei campi. La sua è un’arte istintiva, basata sulle emozioni, che conduce poeticamente in un’altra dimensione, ormai lontana nel tempo. Caputo materializza un mondo agreste visto con gli occhi di un bambino in cui l’etica e la religiosità del lavoro rurale sono temi dominanti; la sua è un’adesione sincera che ricorda alcune opere di Jean – François Millet. Il dipinto in copertina con i Due contadini, infatti, richiama il lirismo dell’Angelus del pittore francese. In una società ormai perduta, inghiottita dal sistema, l’agricoltore rimane un punto di riferimento perché legato alla terra e a modi di vita tradizionali. Attraverso suggestivi effetti di luci e penombre avvolgenti che legano figure e paesaggio, il nostro artista vuol farci percepire le sensazioni che si provavano in quel luogo, in quell’ora. L’emozione istantanea ma, anche, la condizione dell’animo che la rende possibile: l’esperienza di una lunga, intima dimestichezza con la natura e quella specie di raccoglimento mistico che precedeva e seguiva i lavori quotidiani. In merito alla santità morale e alla serietà operosa della classe contadina, vengono alla mente le parole di Vincent Van Gogh: “voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente (…). Voglio fare tali progressi che la gente possa dire delle mie opere: sente profondamente, sente con tenerezza …”.

Così anche le sue nature morte con povere verdure del contado (rape, granturco, cipolle) e i quadri che hanno per soggetto gli abitanti dell’aia (galline, galli, buoi), tutto concorre ad esprimere un’intesa affettiva, costante e profonda con la spontaneità della provincia romagnola. Le forme sono costruite mediante l’uso del colore steso con pennellate decise e vigorose che accostano toni complementari. Il suo è un orientamento naturalistico, che nulla concede all’astrazione, realizzato con l’immediatezza che lo contraddistingue: la tecnica è rapida, a tocco, eseguita a pennello, a spatola o, semplicemente, con le dita, evitando di fondere le tinte sulla tela per conservarne la luminosità. Negli autoritratti, l’improvviso accendersi di luci radenti che cristallizzano i piani, fa emergere le forme dallo sfondo come se si trattasse di apparizioni immateriali.

Spesso i soggetti umani sono rappresentati di spalle perché, ormai lontani, non possono più dialogare con l’autore. Una profonda tristezza si coglie anche nelle opere che rappresentano finestre aperte da cui nessuno si sporge o sedie vuote, a testimonianza di persone care che non torneranno più e della profonda solitudine dell’artista. Se da un lato è un mondo filtrato dai ricordi dell’infanzia, dall’altro si respira la malinconia per un passato mai dimenticato, reso nelle sue tele da bambole solitarie che abitano gli spazi familiari al posto delle persone. Pupazzi, spesso senza volto, in cui il pittore stesso s’identifica. Quello di Caputo è un impulso vitale che lo porta a sperimentare tecniche (il gessetto, i colori ad olio, i pastelli) e a riempire instancabilmente ogni supporto che gli capiti a tiro: ante di mobili, fondi di cassette di masonite, piccoli vassoi da pasticcere …

Commuoventi e carichi di sensibilità i ritratti della madre e i pochi dipinti di carattere religioso. La sua Crocifissione, giocata su una tavolozza stridente che vira dal rosso al viola, presenta un corpo macilento e scavato. Appare il fantasma senza volto di un uomo ridotto soltanto ai segni che ne evidenziano le costole scheletriche e la corona di spine. L’intensa drammaticità dell’opera è intrisa del dolore personale patito dall’artista che ha vissuto sulla propria pelle le umiliazioni e le privazioni nei campi di prigionia. Un quadro catartico questo perché rappresenta un Cristo, appeso come un capo da macellare, che si carica di tutti gli orrori dell’umanità per liberarla. La forte carica espressiva che emerge dalla scena è sottolineata dall’uso materico del colore, raggrumato sulla tela. Ognuno di noi, sembra dire questo lavoro, porta la sua croce e ha le sue colpe da espiare. Il microcosmo che egli presenta allo spettatore non è realistico ma sottilmente emotivo grazie all’attività mentale dell’artista che lo percepisce e che ne modifica i colori per esprimere in maniera più evidente le suggestioni che ne ottiene. Più in generale, di ciò che lo circonda, indaga e approfondisce le implicazioni intellettuali e morali, quelle che Pascal chiamava “le ragioni del cuore”. Il mondo non è uno spettacolo da ammirare, ma un’esperienza da vivere e la pittura è il suo modo di viverla.

Il paesaggio per lui non è oggetto ma motivo e, come tale, è sollecitazione, stimolo: ciò che conta non è la natura ma il sentimento della natura. Come dice l’Argan esso si genera da “un movimento combinato della sensibilità che fa scoccare l’emozione e della memoria che estende ed approfondisce l’emozione in conoscenza”. Quella di Caputo è una pittura intima in cui i ricordi si solidificano; le sue tele sembrano rappresentare le pagine sparse di un diario interiore presentato senza soluzione di continuità, ecco perché, per pudore e riservatezza, l’artista è restio a mostrarle.                                                                  

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Il professor  UMBERTO FOSCHI,  letterato, storico di Cervia e della Romagna,  ma anche abile collezionista ed esperto d’arte, scriveva, in forma di piccola recensione, in occasione di una personale di Caputo al “Centro Artistico Ferrarese”, tenuta dal 1° al 10 ottobre del 1975, a Ferrara:

     “Augusto Ponti, in arte Caputo, è un pittore che ama vivere lontano dal clangore di cui si giovano spesso i giovani artisti, ambiziosi di successo per proposito di emergere e di farsi notare nella fiera delle vanità oggi imperanti.

     Egli vive solitario, in piena umiltà, a Castiglione di Cervia, fra il verde della sua quieta casetta in cui lavora in silenzio. Fa, dunque, parte di quello sparuto gruppo di pittori che credono nel loro lavoro senza chiedere soccorso, per questa fede, al consenso, spesso mentito, della critica.

     Le figure che emergono dai fondi delle sue tavole sono di preferenza fiori, nature morte, paesaggi, volti umani e divini, che, lontano dallo schematismo oggi di moda, riempiono lo spazio in un gioco suggestivo, a volte angoscioso, di luci e di ombre. E sempre Caputo attua sapientemente l’accordo pieno fra intelletto e sentimento in modo che la sua pittura, senza mai manifestare la pretesa di offrire interpretazioni originali e viziate, rivela, pur nella sua limpidità, valori intimi e profondi.

     Egli è, insomma, poeta del silenzio e della natura, cui sa infondere un che di altamente riservato, che giunge fresco e vivo nell’animo di chi sa apprezzarne l’opera”.

Olio, “Tramonto”

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Il cesenate Orlando PIRACCINI (studioso d’arte, giornalista pubblicista, ha operato all’Istituto Regionale per i Beni Culturali nel campo delle Arti Figurative, ha curato mostre e cataloghi e si è occupato di opere d’arte negli edifici di culto), esaminando il catalogo “Caputo” stampato nel 2021, ha scritto:

“…sulla base della mia personale esperienza quale indagatore del ‘900 più nascosto, posso affermare che anche Caputo, al pari di altri pittori che hanno vissuto ai margini della realtà artistica del loro tempo e hanno goduto di scarsa fortuna critica, merita certamente d’essere esplorato.

A prima vista, gli va riconosciuta un’appartenenza a quella linea di realismo lirico che ha attraversato il secolo scorso, giungendo fino a noi, e che nella vicenda figurativa romagnola si è miscelata con la tradizione naturalistica ereditata dall’ottocento.

Nel merito dei generi praticati, direi che sembra emergere una maggiore qualità di fondo nei soggetti di natura che non nell’esercizio della ritrattistica, per quanto forse più gradita e perseguita dallo stesso pittore.

Ma in ogni caso il catalogo e la mostra da lei curati costituiscono un buon punto di partenza per analisi e studi futuri.”

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Lettura critica

a cura di Ennio ROSSI, professore di Disegno e Storia dell’Arte

I paesaggi di Caputo: una pittura di emozioni e passione

Caputo, nei suoi paesaggi, rifiuta la rappresentazione fisica del reale e si immerge in una visione antinaturalistica impregnata di emozioni e passione. Non si cura della tecnica ma fa scorrere il pennello in modo istintivo rappresentando non ciò che vede ma ciò che sente, non dà importanza alla realtà visiva ma cerca di trasmettere le emozioni che quella visione gli suscita e riflette così sul senso della medesima. Nella sua pittura, quindi, scompare l’indagine sulla reale struttura delle cose, ma l’artista si concentra sulla soggettività del momento, soggettività mediata dalle sue emozioni e dal suo amore per la vita. L’utilizzo della luce rivela la conoscenza delle opere espressioniste di Maurice de Vlaminck e si colgono inoltre influenze provenienti da alcuni dipinti realisti e post-impressionisti in particolare di Jean-François Millet e Vincent Van Gogh. Per i suoi quadri utilizza vari supporti come MDF, legno, cartone, tela, terracotta e li dipinge con tecnica prevalentemente ad olio o mista utilizzando dita indagatrici, pennellate rapide, sapienti tocchi di spugna che seguono attentamente l’andamento delle forme. Nelle opere si individua il segno profondo e trattenuto che l’esperienza della guerra ha avuto sulla sua visione artistica. I suoi paesaggi acquistano una fisionomia quasi onirica grazie al dono concessogli della “sua seconda vita”. I colori della tavolozza sono prevalentemente freddi ma squarciati da brevi e intensi lampi di un rosso saturo come nelle opere “Tetti rossi” e “Due alberi”. Le sue opere sono silenziose, richiedono ascolto e si perdono verso l’orizzonte in una ritrovata e controllata serenità. La luce radente illumina una natura che non è minacciosa né ostile, perché questa visione dolorosa dell’esistenza è sovrastata dall’esigenza di abbracciare un percorso verso la vita e, attraverso questa, raccontare il suo amore per l’arte. In Caputo arte e vita non sono separate ma ineluttabilmente fuse perché necessarie l’una all’altra.

“La pittura è un’operazione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto. Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’operazione di mediazione tra questo mondo estraneo e ostile e noi”.  Pablo Picasso

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“Autoritratto del 1968”: l’inquietudine del sopravvissuto

di Ennio ROSSI, professore di Disegno e Storia dell’Arte

L’autoritratto nell’arte rappresenta uno dei soggetti più frequenti ed importanti: è un atto creativo che, partendo da una tela nuda, la ricopre con un’immagine precisa ed originale di sé. Questa raffigurazione ha sedotto i pittori di ogni tempo per vari motivi: chi si è ritratto per narcisismo o desiderio di affermazione, chi per preservare un ricordo di se stesso, chi per rammentare ai posteri la propria condizione sociale, altri ancora per misurare il tempo.

Per Caputo no, per Caputo l’esercitarsi sul proprio ritratto indica il desiderio di esplorarsi e di sperimentare la tecnica. In “Autoritratto del 1968”, eseguito ad olio su MDF, il pittore si concentra su di sé rivelando grande intimità e introspezione: dallo sguardo penetrante trapela una mascherata inquietudine riconducibile forse alle dolorose vicende del suo passato. I suoi occhi a stento trattengono con grande dignità ciò che lo opprime. Questo pensiero nascosto è l’emblema della sua arte inquieta. La tecnica esecutiva è materica, le superfici sono dense di colore steso a larghi colpi di pennello ed elaborate poi con le dita. Le tonalità, terrose e sfumate da sapienti tocchi di bianco e giallo, sono evidenziate da una luce radente esterna all’opera e proveniente da sinistra. Il volto è posto frontalmente con i tratti somatici equilibrati e le linee semplificate. La composizione in relazione allo spazio è in profondità reale ed in relazione al tempo è una presentazione semplice indefinita. Il modellato risulta plastico per chiaroscuro. E’ un autoritratto fisiognomico composto, oltre che dalla raffigurazione dei lineamenti del volto, dalla ricerca dell’espressione psicologica che accentua particolari emozioni e stati d’animo. In questo ritratto Caputo sembra cercare una propria identità e chiedersi quale sia il suo ruolo di artista e questa ricerca ci fa custodi di un’opera originale e autoconsapevole.

“Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono (…).” Gustav Klimt

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“Incontri”

di Ennio ROSSI, professore di Disegno e Storia dell’Arte

L’opera “Incontri” di Caputo è dipinta ad olio su legno ed eseguita con tecnica mista. L’ambientazione urbana è resa con colori pastosi applicati a spatola, con violenti e grossolani colpi di pennello e con un sapiente uso delle dita, ma s’impone per una gamma di colori contrastanti che rendono acida l’atmosfera e assorbono le figure umane. I colori sono fortemente tormentati e reinterpretati alla ricerca di un’arte immateriale capace di esorcizzare la tragedia giovanile del campo di concentramento, tragedia vissuta come un’esistenza sull’orlo della catastrofe. Fra le pieghe di quei colori violenti si scoprono in basso sulla sinistra due figure molli colte di spalle che esprimono il dramma del loro esistere. Più armoniose sono le due figure sulla destra ma anch’esse dipinte in maniera visionaria. Nel quadro è condensata tutta l’angoscia che l’artista avverte nei confronti della vita. Il suo stile accentua l’indeterminatezza della figura e la pennellata materica è utilizzata come strumento per comunicare ciò che prova. I sentimenti del pittore vengono trasportati sulla realtà e la “deformano” per trasferire sul supporto ligneo i pensieri più profondi ed intimi in un momento di forte sofferenza. Caputo ci restituisce in modo comprensibile, con un rapporto dialettico tra realismo ed astrattismo, l’inquietudine ed il tormento del suo animo.  Nel quadro si ritrovano un po’ tutti gli elementi stilistici tipici dell’espressionismo tedesco: le strutture sono semplificate, il colore è contemporaneamente incisivo, energico e doloroso, le atmosfere sono desolanti ed oscure, ma soprattutto si ritrova la rinuncia alla bellezza come valore rassicurante dell’arte. 

“Tramite l’arte noi diamo espressione del regno spirituale. La vita spirituale non è la vita delle scienze, ma la vita delle visioni”.  Lothar Schreyer

“INCONTRI”   
OPERA  numero  151   
Categoria: FIGURE

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Augusto Ponti, in arte Caputo

di Alessandro Forni

Presidente Associazione Culturale “Menocchio”

(testo estrapolato dal catalogo “Caputo)

    Augusto Ponti, in arte Caputo, nacque nel comune di Cervia nel 1920, più di un secolo fa. La pronipote Giovanna si è dedicata anima e corpo alla realizzazione di un catalogo e di una mostra a lui dedicati, nella sua città natale, per ricordarlo e degnamente rendergli memoria.

   Non si è mai completamente morti quando qualcuno o qualcosa rimane a ricordarti.

   Egli fu un pittore autodidatta. Le sue opere hanno i pregi e i difetti di chi si è costruito da solo un proprio stile, lontano dalle “accademie”. Un uomo libero, ma che ha subìto la prigionia: un’esperienza che ti segna nel corpo e nella mente, come ben sa chi ha letto i libri di Giovannino Guareschi.

   Ma egli, nel suo “mondo piccolo”, ha saputo reagire a questa triste esperienza con l’arte.

   Nei suoi quadri, come fonte di ispirazione, si vedono i grandi pittori francesi del XIX secolo. I soggetti dei suoi quadri sono quelli che trovava attorno a sé. Testimone prezioso, e aggiungerei silenzioso, della sua gente e della sua terra. 

   La sua battuta più bella, che ci fornisce il ritratto dell’uomo, è quella che diede in un’intervista alla giornalista Letizia Magnani, nel 2012: “Non li ho mai venduti [i quadri, ndA], ma tutti ne hanno almeno uno mio in casa”. Grande. E oggi mi auguro che quei cervesi, e non solo, che hanno “almeno un quadro” di Caputo, possano apprezzare appieno la mostra a lui dedicata, in modo da rendere omaggio a un uomo che, come lo definì Umberto Foschi, è un “poeta del silenzio”.

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CAPUTO

di  Camilla Casadio  

Senza età,

chiara la pelle,

mani larghe dalle unghie forti

vedevo muoversi,

mentre nella stoffa

l’ago delicato

penetrava.

Sensibile,

sagace,

l’anima schietta

in un mondo suo

trasportava.

Originale voce

in un corpo fermo,

piena di fantasiosi,

leggeri viaggi

la vivace mente.

Luci e ombre

nelle sue opere

dalle cornici grandi,

colori soffusi,

le pennellate regalavano

ricordi privi di tempo:

paesaggi rurali,

piante,

fiori,

frutti,

odori

sulle tele.

Case nascoste,

dalla natura protette,

silenzi e suoni d’una campagna antica,

mai del tutto passata.

Vispi gli occhietti,

attente le orecchie,

era proprio lì

il pittore,

l’uomo che ora,

seduto su una nuvola,

il cielo ricama,

col mare sulle ginocchia,

ancora ad aspettare

sorprese dalla vita.

3 gennaio 2022  

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Un doveroso omaggio a CAPUTO, “pittore dell’anima”

di  Sauro Mambelli

(testo estrapolato dal Bollettino dell’Associazione Culturale Castiglionese “Umberto Foschi” Anno XXIII , numero 178 maggio – giugno 2022)

A distanza di alcuni mesi non si sono ancora sopiti gli echi di un’azzeccata iniziativa. A poco più di un anno dalla scomparsa, avvenuta il 23 settembre del 2020 alla soglia dei cent’anni, il castiglionese Augusto Ponti, in arte Caputo, è stato degnamente ricordato con una mostra personale di oltre una cinquantina di quadri esposti nella Sala Rubicone – Magazzini del Sale, nel centro storico di Cervia. Diversi parenti e amici si sono attivati per la realizzazione di tale progetto, coordinati da un’instancabile e ottima organizzatrice, Giovanna Pirini, pronipote del pittore e nostra carissima associata fin dal 2012.  Per quest’iniziativa, “la Gianna” per gli amici, è riuscita a coinvolgere un gran numero di persone, Enti e Associazioni; il giorno dell’inaugurazione, il 5 gennaio 2022, è stato un successo, con tanta gente assiepata sia nella Prima Anta del Magazzino, sia nella Sala Rubicone poi. Diversi gli interventi a sottolineare le qualità artistiche ed umane del personaggio, ad iniziare da quello di Cesare Zavatta, un castiglionese ora Assessore alla Cultura del Comune di Cervia.  E quindi, per il Comune di Ravenna, il Vice Sindaco, il castiglionese Eugenio Fusignani, da sempre amico ed estimatore dell’artista. Per l’Associazione Culturale Castiglionese “Umberto Foschi”, che ha dato una mano dove ha potuto, il Presidente Luciano Zignani ha portato il saluto e il compiacimento per il successo della manifestazione, mentre le nostre signore Rosalba Benedetti e Roberta Casali hanno brillantemente interpretato brani e aforismi inerenti la storia dell’arte. Renato Lombardi ha parlato a nome dell’Associazione Culturale “Casa delle Aie Cervia”, mentre la nostra preparatissima critica d’arte, professoressa Elisa Venturi, ha tracciato un approfondito quadro sulla peculiarità dell’arte di Caputo, definendolo, tra l’altro, “pittore dell’anima”. Anche il prof. Giuliano Giuliani, impossibilitato a essere presente, ha inviato un messaggio per testimoniare stima nei riguardi dell’uomo e della sua opera. Gli intermezzi musicali sono stati curati dalla professoressa di pianoforte Ketty Reno. Gianna ha, da par suo, condotto la presentazione e, al termine, ha invitato i presenti a recarsi nell’adiacente Sala Rubicone per ammirare le opere in esposizione. Dal giorno del vernissage (05.01.2022) la mostra è rimasta aperta fino al 23 gennaio, chiudendo con un cospicuo numero di visitatori, che ha sorprendentemente superato le 500 unità.

Personalmente ho conosciuto Caputo poco tempo dopo esser venuto ad abitare a Castiglione, a metà degli anni settanta. Un giorno, indossando un paio di pantaloni di buona stoffa e fattura, incappai, involontariamente, in un corpo contundente e ne venne fuori un buon “sette”, proprio sotto la tasca destra del retro. Dietro consiglio di mia moglie Maria, mi presentai da Caputo, pregandolo di venirmi in soccorso. Capii subito che si trattava di una persona particolare; non perse l’occasione per soffermarsi a parlare di alcuni suoi quadri, che stipavano la stanza dove operava anche come rammendatore.  Il lavoro che mi fece fu perfetto e penso di conservare ancora quel paio di pantaloni.  Per la stessa ragione sono andato altre volte a trovarlo nella sua villetta e, immancabilmente, parlavamo della sua pittura. Non sono un grande esperto d’arte, ma ho sempre prediletto l’espressione figurativa, coltivando una vera passione per i pittori della corrente impressionista, di cui conservo circa 900 schede della De Agostini con le opere principali di Monet, Manet, Renoir, Cezanne, Degas , ecc. e, naturalmente, di Van Gogh, con una vera ossessione che mi induceva a ricercare i luoghi di esposizione delle sue opere: per due volte al Quai d’Orsay a Parigi, per due volte in Provenza ad Arles, dove visse gli ultimi anni della sua vita nella casa gialla, poi al Museo di Amsterdam con oltre 300 quadri in esposizione. E quindi le diverse mostre in varie città italiane, fra cui Vicenza e Torino. La prima volta che andai a Parigi ebbi la fortuna di incappare in una mostra speciale di Van Gogh, una trentina di quadri dipinti nel periodo arlesiano e donati al dottor Gachet, che lo ebbe in cura sino alla fine: erano fra le sue migliori opere, così ricche dei caldi colori della Provenza. A mio modesto parere il bravo Caputo è stato, più che altro, un buon impressionista e ho colto alcuni particolari anche in qualche opera in mostra, come “Nudo di donna”, a pagina 31 e “Fiori”, a pagina 61 del pregiato catalogo stampato in un numero limitato di copie e regalato “dalla Gianna” a persone che lei ha ritenuto meritevoli di riceverlo. Le due pitture citate si rifanno, secondo me, rispettivamente, agli stili di Renoir e Van Gogh.

Nel 2012, nonostante una sua iniziale ritrosia, l’Associazione Culturale Castiglionese “Umberto Foschi”, con il prezioso intervento di Elisa Venturi, riuscì ad organizzare una mostra di opere di Caputo nella villetta che fu del prof. Umberto Foschi, peraltro suo estimatore. Da allora i nostri rapporti si sono intensificati: tutti gli anni mi recavo a casa sua per la consegna della tesserina di Socio Onorario a lui conferita, a volte anche per ricevere in donazione una sua opera da esporre nella nostra sede sociale.

Mi faceva un po’ sorridere quando magnificava la sua arte, oppure quando mi chiedeva: “Ma come fai ad avere una figlia così bella?”  Aveva una vera predilezione per “la mia Linda”, ma non l’ha mai ritratta!

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I “pastrocchi” di Caputo

di Giovanna Pirini

(testo estrapolato dal catalogo “Caputo”)

Olio su legno

L’arte malinconica e coinvolgente di Caputo rispecchia il suo vissuto, che “prende forma” con particolare ed intensa sensibilità nelle opere qui esposte, da lui definite “pastrocchi”.

Con questa mostra si spera di regalare ai visitatori proprio le emozioni, suscitate dalle figure e dai volti quasi intagliati nel legno o impressi su cartone o masonite e dalla sinfonia di forme e colori presente nei paesaggi e nelle nature morte. Si spera che ciascun visitatore possa cogliere il fascino intenso e il carico di sentimenti presenti in ciascuna delle opere esposte, in ogni forma e in ogni colore.

Noi percepiamo le forme ed i colori vivendo una sensazione di armonia o disarmonia e di equilibrio o squilibrio di corpo e spirito.

La moderna cromoterapia, così come sostenevano alcune antiche civiltà, in particolare quella egizia, quella greca e quella indiana, ritiene che i colori possano aiutare la nostra salute ed influenzare il nostro umore. Il linguaggio del colore è fortemente simbolico ed evoca suggestioni, non è recepito solo in modo razionale, ma “parla” e sta a noi comprendere ciò che dice. Wassily Kandinsky, celebre pittore russo, vissuto anche in Germania e in Francia dalla seconda metà del 1800 fino al 1944, sosteneva che “…il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto dell’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’Anima a vibrare…”(cit.) Kandinsky, infatti, quasi a tradurre la famosa frase “…l’essenziale è invisibile agli occhi…” (da “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry), sostiene che un dipinto non è che uno scrigno di emozioni, che vanno sentite con il cuore, più che con la testa o con gli occhi. Un’opera d’arte è al contempo colori, poesia e musica, è tutto quello che ci fa sorridere, rattristare, divertire, è tutto ciò che ci dà emozione, anzi l’arte è emozione pura.   Anche Leonardo da Vinci scriveva che “…la pittura è una poesia muta, una poesia che si vede e non si sente. La poesia è una pittura cieca, che si sente e non si vede…” (cit.).

tecnica utilizzata MONOTIPO

Il segno, uno degli elementi base di un disegno o di un dipinto, anche se costituito da un singolo punto, può essere già molto espressivo; un aggregato di punti, naturalmente, costituisce forme più complesse. Il punto ha una dimensione ed una forma perché dipende dal materiale di cui è composto e, soprattutto, dalla mano dell’artista.

Se noi siamo esposti, ad esempio, alla bellezza della natura, con tutte le sue suggestioni sensoriali, o ad un quadro che ne rappresenti qualche tratto, o a tutto ciò che consideriamo bello, stiamo bene, nel corpo e nell’anima.  Stiamo bene anche quando riserviamo attenzione agli arredi urbani, ai luoghi di lavoro, di cura, d’istruzione, ai nostri arredi domestici: renderli belli significa averne cura, diventa un atteggiamento, un’intenzione. L’esposizione a stimoli visivi positivi e gradevoli “può nutrirci”, arricchendo il nostro essere ed il nostro vissuto.

Quindi, comunicare con il linguaggio dell’arte fa bene all’anima, anzi può essere una sua necessità; pensiamo a come, spontaneamente, i bambini comunicano con il disegno e i colori e gli uomini primitivi comunicavano con le pitture rupestri. L’arte fa emergere la nostra interiorità e, portandola alla nostra coscienza, ci aiuta a conoscere noi stessi e a districare la matassa delle nostre paure, delle nostre inquietudini o delle nostre insicurezze.

Dante Alighieri (“La Divina Commedia”, Inferno, canto XI) avvicina l’arte umana a Dio, con questi versi

Olio su legno

“…che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ‘l maestro fa il discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote…”

commentati così da Natalino Sapegno …come la natura può dirsi legittimamente figlia di Dio, così l’arte umana, che dipende dalla natura, è da considerarsi quasi nipote a Dio.

Se Caputo leggesse tutto questo, senza dubbio direbbe: “Quante parole inutili! Guarda questo quadro: vedi quanta poesia c’è in queste macchie di colore, in questi segni? Vedi la dolcezza o la sofferenza “dentro” l’espressione di questo viso? Se vedi tutto questo, allora, i miei pastrocchi… non sono pastrocchi! Ho appoggiato un po’ di colore, l’ho steso con le dita, così come veniva, senza sapere cosa sarebbe apparso; poi, ecco…ho visto un viso, allora, pian piano, l’ho composto; qui ho visto un animale…pian piano prendeva forma e movimento, la stessa cosa ho fatto con questa figura, così, semplicemente…era la mano che si muoveva, sapeva lei dove andare. Ogni quadro è bello per quello che dice e per cosa ti racconta, solo guardandolo”.

Grazie, Caputo!  Ti ritroveremo sempre nei tuoi “pastrocchi”!

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Il castiglionese Giovanni FABBRI, diplomato al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna sotto la direzione del Maestro Umberto Folli, dedica un ricordo a colui che considera “il suo primo Maestro”.

Augusto Ponti, in arte CAPUTO

Avevo quattordici anni quando lo conobbi, a Castiglione di Cervia (RA), nei lontani anni sessanta.

Gli portai un paio di pantaloni da rammendare, che si erano strappati in seguito ad una caduta; era un artista anche nel cucito!

Lo frequentavo spesso, mi piacevano i suoi colori e la tecnica di pittura: usava la spatola, gli stracci e le dita, raramente i pennelli.

Mi insegnava come costruire una forma, dando luce e volume alle figure nello spazio pittorico.

Amava gli Impressionisti e conosceva l’Arte contemporanea.

Nel paese tutti gli volevano bene. Era un personaggio schietto, come un buon vino romagnolo; le “cose” te le diceva in presenza, nel bene e nel male.

Da lui ho imparato ad osservare le bellezze della natura; era una continua esclamazione, vedeva la bellezza ovunque.

Mi chiamava “il pittore contadino”. Mi diceva: “Oh, sì! Sì! Farai! Farai! Hai tanta passione e tempo davanti!”

Ogni tanto mi veniva a trovare. A volte mi riprendeva, commentando: “Sel chi scarabocc?” (Cosa sono quegli scarabocchi?). L’Accademia! Cosa vi hanno insegnato! Tanto ritornerete a dipingere una mela!”

Questo era il Caputo che conservo nella memoria, il “mio primo Maestro”!

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In occasione della “Mostra di pittura in ricordo di Augusto Ponti, CAPUTO”, durante la presentazione del 5 gennaio 2022:

  1. le signore Rosalba Benedetti e Roberta Casali  dell’Associazione Culturale Castiglionese “Umberto Foschi” hanno declamato alcuni aforismi, scelti in collaborazione con Giovanna Pirini,  pronipote dell’artista:

“Abbiamo scelto dei piccoli brani o pensieri che in qualche modo richiamano l’arte del maestro Caputo, quanto nel colore, quanto nell’intima espressività dei suoi volti…frasi di grandi della letteratura, della filosofia, della pittura, che esprimono l’ineffabile rapporto tra l’animo dell’artista e la sua opera, il disegno e la pittura, l’esperienza e la relazione col mondo. Nelle opere esposte non sarà difficile notare i due elementi principali della pittura di Caputo: l’effetto colore, che diventa tecnica ed espressività e l’inconscio del soggetto raffigurato, che emerge in modo evidente dal dipinto. La musica di sottofondo (“Aria” di Giovanni Allevi, “Nuvole bianche” di Ludovico Einaudi e “River flows in you” di Yiruma, interpretati dalla professoressa di pianoforte Ketty Reno) ci faccia entrare per qualche tempo nel cuore dell’artista, della sua vita e del suo mondo, ed i dipinti ci “leggano” nel cuore, come i libri stessi ci leggono costantemente!”

  • “Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni” (Vincent VAN GOGH)
  • “In natura, la luce crea il colore. Nella pittura, il colore crea la luce” (Hans HOFMANN)
  • “Così il pennello sta alle mie dita, come l’archetto al violino, e assolutamente per mio piacere” (Vincent VAN GOGH)
  • “Dipingere è meraviglioso, rende più allegri e pazienti. Dopo non si hanno le dita nere, come quando si scrive, ma rosse e blu” (Herman HESSE)
  • “Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è ”  (Jackson POLLOCK)
  • “La pittura è una poesia muta, una poesia che si vede e non si sente. La poesia è una pittura cieca, che si sente e non si vede” (Leonardo DA VINCI)
  • “Il pittore dà un’anima ad una forma, il poeta invece dà una forma ad un sentimento e ad un’idea” (Nicolas CHAMFORT)
  • “Con la virtù si fanno soltanto quadri tranquilli e freddi; sono la passione e il vizio quelli che animano le composizioni del pittore, del poeta, del musicista” (Denis DIDEROT)
  • “Il lavoro del pittore non finisce col suo quadro, finisce negli occhi di chi lo guarda” (Alberto SUGHI)
  • “La storia mentale sottintesa al dipinto è in chi lo guarda, o meglio, in chi lo “legge”, cioè sono gli spettatori che fanno il dipinto” (Marcel DUCHAMP)
  • “Com’è difficile capire, nel fare un quadro, qual è il momento esatto in cui l’imitazione della natura deve fermarsi! Un quadro non è un processo verbale. Quando si tratta di un paesaggio, io amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per andarci a spasso” (Pierre Auguste RENOIR)
  • “Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto dell’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’Anima a vibrare” (Wassily KANDINSKY)
  • “Si può esistere senza l’arte, ma senza di essa non si può vivere” (Oscar WILDE)
  • “Lo scopo dell’arte è rappresentare non l’apparenza esterna delle cose, ma il loro significato più intimo” (ARISTOTELE)
  • “L’arte è l’espressione del pensiero più profondo, esplicato nel modo più semplice” (Albert EINSTEIN)
  • “L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni” (Pablo PICASSO)
  • “Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell’artista e non del modello” (Oscar WILDE)
  • “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima” (George Bernard SHAW)
  • “Tutta l’arte è imitazione della natura” (Lucio Annèo SENECA)
  • “Il più modesto dei pittori è un vero allievo, e il migliore di tutti, perché allievo della natura” (William HAZLITT)
  • “…che l’arte vostra, quella, quanto pote,
    segue, come ‘l maestro fa il discente;
    sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote”
    (Dante ALIGHIERI “La Divina Commedia” – Inferno – canto XI)
    …versi di Dante, che Natalino Sapegno commenta così:
    …come la natura può dirsi legittimamente figlia di Dio, così l’arte umana, che dipende dalla natura, è da considerarsi quasi nipote a Dio
  • Monia Bondi e Stefano Zamagna (titolari della tipografia LAPIS di Castiglione di Cervia), realizzando tutto il materiale divulgativo (catalogo, locandine, manifesti, cartoline, libro dediche, tableau con miniature dei quadri, sequenza di immagini per proiezione), hanno conosciuto così l’espressività artistica di un compaesano, quindi hanno voluto dedicare a Caputo un aforisma di Pablo Picasso, che in qualche modo sentivano potesse rappresentarlo:
    “Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, con l’aiuto della loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole”
  • dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori della mostra:

“Anche se ho osservato per pochi minuti i quadri, pressata da tante persone in attesa di entrare, mi sento di manifestare le immediate sensazioni che hanno colpito la mia mente ed il mio cuore. Un artista sì! Un uomo che ha saputo con i colori, senza una scuola alle spalle, esprimere una miriade di sentimenti, trasmettendo a noi ciò che pensava della vita: tanta malinconia, angoscia, colori scuri nel volto di adulti, stupore e gioia con colori chiari e luminosi intorno ai volti di bambini. Tecniche di pennellate certo inventate ed improvvisate, che a loro volta dicono la frammentarietà del dolore e dei sentimenti. Impareggiabile quel gallo all’inizio della mostra ed il quadro dei mietitori sul cavalletto; l’uno etereo, solare, molto simbolico, gli altri che riportano colori e tratti di un Van Gogh. Sono contenta di aver partecipato”
Roberta Casali 

“Roberta ha già detto tutto ed in modo ammirevole; non mi resta che associarmi”
Rosalba Benedetti

“Un mitico uomo ed artista, che ho avuto il piacere di conoscere; molto schivo, pungente, ironico e autoironico.  Sempre con parole studiate e colte, pur non avendo avuto la possibilità da giovane di studiare, ma di una cultura unica, seppur da autodidatta. La nostra casa è piena della sua arte, dei suoi ricordi, anche se quando veniva a trovarci non approvava la disposizione dei quadri nelle varie stanze. Grazie Caputo, è stato un piacere ed un onore conoscerla. La bellezza salverà il mondo”
Enza Fiore

“A Caputo, con affetto e stima. E’ stato un piacere conoscere l’uomo e l’artista”
Elisa Venturi

“Questa mostra ha riportato alla memoria l’uomo che ho avuto l’onore di conoscere e l’artista che, per l’ennesima volta, ho potuto “riconoscere”. Tantissimi complimenti!”
Luca   Mazzavillani

“Mi dispiace non averti conosciuto personalmente, credo di essermi persa molto, ma per fortuna posso conoscerti attraverso i tuoi bellissimi quadri! Bravo Caputo…
Claudia Vasi

“La tua arte è unica”
Chiara  Mazzavillani

  • “Caputo, un artista di altri tempi” 
  • “Sofferenza e solitudine nell’anima, ma una speranza di rinascita nella natura”
  • Un dovuto omaggio, con questa visita, ad un vecchio amico, compaesano e ad un grande artista”                                                           
  • “Semplicemente emozione.  Un grandissimo Caputo…”                                                       
  • “…ha saputo valorizzare le diverse anime del pittore, l’amore e la gioia che trasmettono gli animali e la serenità dei paesaggi. In tutte le figure ben dipinte, vedo tanta tristezza e malinconia. Una vita piena di tanti momenti bui e momenti di luce e speranza desiderata…”                                                         
  • “Caro Caputo, è stato molto bello rivederti, salutarti attraverso i tuoi quadri, dove la tua voce mi giunge scherzosa. Hai lasciato un testamento importante a tutti noi”
  • “Una sorpresa, visi dolci e sguardi coinvolgenti”                                                          
  • “Un bellissimo ricordo di un artista che stimavo e a cui volevo bene”                                                    
  • “Ritratti carismatici e profondi”
  • “…tutto molto bello e unico. Certamente da conoscere e divulgare”
  • “Un dolce viaggio nella memoria, ricordi di giovinezza, sentimenti che ritrovo in questa mostra…”
  • “…Intense emozioni”
  • “…Congratulazioni! Mi avete fatto scoprire un mondo!”
  • “Splendida, inattesa emozione”
  • “Mostra molto bella…un patrimonio!”
  • “Grazie alla tua arte”
  • “Ogni opera parla. Parole del cuore che escono dalle dita di un artista e restano sospese nella luce dei colori che magicamente diventano poesia.
    Bravo Caputo, che ho avuto il privilegio di conoscere e apprezzare come uomo, come artista e…come amico”
    Eugenio Fusignani

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Dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori della mostra “Caputo…d’estate”, Sala Artemedia – Cervia (RA), dal 20 luglio al 3 agosto 2022:

  • Grazie dell’invito a questa bella iniziativa in onore del nostro concittadino e grande artista Caputo                Luciano Zignani
  • Mostra interessante
  • Eccezionale!
  • Sono contenta di averlo ritrovato…  
  • Una scoperta bella! 
  • Caputo!! Vorrei incontrarti tra 100 anni
  • Caputo top
  • Stasera siamo qui a Cervia per rendere omaggio ad un grande artista, ad una fantastica persona che non scorderemo mai. Con affetto, ciao Caputo, ovunque lei sia                                              Flavia e Vitaliano
  • Quando l’arte si esprime all’ennesima potenza
  • Vivissimi complimenti per l’emozionalità dell’artista
  • Al grande nostro amico Caputo 
  • Per ricordo
  • Alla mia ragazza   Linda
  • Bravissimo
  • Complimenti (varie persone)
  • Sempre belli!
  • Belli
  • Con ammirazione               

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Dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori della mostra “Caputo, emozioni e
sentimenti” allestita presso l’Oratorio San Lorenzo a Castiglione di Cervia (RA) dal 3 all’11
dicembre 2022:

  • Caro Caputo, quanto tempo insieme; mi hai fatto ridere, sorridere e a volte arrabbiare…mi manchi…   Daniela
  • Un sincero ringraziamento a Giovanna per l’impegno e la gioia nel voler valorizzare l’opera di Caputo                                                    
  • Ci rivedremo in Cielo! Lei mi chiamava “il santo”, io la chiamavo l’Augusto!
  • Un’ammiratrice
  • Meraviglioso Caputo!
  • Grazie Caputo!
  • Splendida mostra
  • Grazie Caputo! La tua Castiglione non ti dimentica. Finalmente “a casa”!
  • Grazie Caputo! Finalmente a Castiglione!   
  • L’ho conosciuto bene. Diceva con orgoglio: “Io non rammendo, ricostruisco i tessuti”
  • Sempre una grande “emozione” vedere i quadri di Caputo! Grazie caro Amico!
  • Come maestra, ho un grande debito nei tuoi confronti
  • Complimenti agli organizzatori. Il nostro piccolo paese brilla alla luce dei quadri di Caputo. Grazie
  • Complimenti
  • Con piacere ho visitato questa mostra di Caputo. Grazie
  • Caputo è sempre un mito, lo era in vita e lo è oggi, quando la sua arte continua a parlare per lui. E’ stato un onore conoscerla, grazie Caputo. Enza Fiore
  • Ciao Caputo, sempre il numero uno! Mauro
  • Ho conosciuto Caputo, gran bella persona. Bellissimo ricordarlo con la sua pittura.
  • Un gran bel ricordo del CAP
  • Con affetto; allestimento curato ed elegante. Caputo approverà. Elisa Venturi 
  • Bella rassegna, complimenti.
  • Bellissimo…
  • Stupendo
  • Il Consiglio di Zona è orgoglioso di avere portato le opere di Caputo nel suo paese. Antonio Ciani
  • Molto bella, grazie
  • Con viva partecipazione!
  • Sono rimasta “affascinata” in primis dai bellissimi quadri, poi dall’ eleganza dell’esposizione. Per cui vivissimi complimenti all’organizzazione. Grazie.
  • Caputo un artista vissuto dentro la sua stessa arte.
  • La vita e le persone che traspaiono dalle tele dell’artista Caputo
  • Queste tele trasmettono passaggi di vita molto belli.
  • Un “tuffo” nell’arte per ricordare le emozioni e suscitare bei sentimenti. Grazie
  • Riviviamo una sincera amicizia ogni volta che ci troviamo davanti a quadri suoi, caro Caputo. 
    Con affetto, Flavia Maroncelli e Vitaliano Venturelli
  • Ricordo sempre Caputo con profondo affetto
  • Gli occhi brillano…finalmente sono davanti ai bellissimi dipinti di un caro amico.  S.B.

Elisa Venturi, in occasione della mostra “Caputo, emozioni e sentimenti” allestita presso
l’Oratorio San Lorenzo dal 3 all’11 dicembre 2022, scrive:
“…una mostra intima e curata dove le opere del pittore romagnolo dialogano in uno spazio
suggestivo e raccolto. Si respira quell’atmosfera di un tempo lontano, raccontato nelle tele
esposte, che si irradia nella campagna circostante come un sasso lanciato in uno stagno.
La consiglio”.

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Dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori della mostra “I fiori di Caputo” presso l’Oratorio San Lorenzo a Castiglione, dal 29 aprile al 7 maggio 2023:

  • Grazie, Caputo! Ti ritroveremo sempre nei tuoi “pastrocchi”
    Gianna
  • Pastrocchi??? …Arte pura…         
    Daniela
  • I fiori danno gioia di vivere. Grazie Caputo            
    Eleonora Biondi
  • E’ stato il mio primo Maestro                
    Giovanni Fabbri
  • Quanta bellezza!
  • “Grande ospitalità”
  • Bellissimo
  • Un’immersione nei fiori di maggio
  • Con immenso piacere
  • Un Primo Maggio con fiori multicolori per mantenere il valore del rosso. Grazie a Gianna                                                              
    Maria Teresa, Carraie
  • Fra le mostre di Caputo fino ad ora esposte è quella che mi ha dato più emozioni. E’ una festa di colori!
  • Bellissimi fiori!
  • Stupendo!
  • Meraviglioso!
  • Sempre stupita dalla bravura di Caputo. Con stima e affetto, Flavia Maroncelli
  • In ricordo di un Maestro
  • Ricordando un grande Caputo                         
    Antonella
  • Bellissima mostra, complimenti
  • …ricordi bellissimi!
  • Al caro Caputo che mi chiamava sempre “Ad chi sit e’ fiol, burdêl?” Caputo sempre il meglio dei meglio                        
    Piero Belleffi
  • Bravo Caputo!!!
  • Ciao Caputo
  • Complimenti come al solito, le mostre di Caputo sono sempre un piccolo e prezioso respiro colorato!                 
    Elisa Venturi
  • Bellissimi quadri, complimenti al signor Caputo
  • Incredibile come riesca a coniugare delicatezza e potenza…lui era così, meraviglioso Caputo                                
    Beatrice Belleffi

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Dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori durante la mostra “Caputo al Castello” presso la Sala del Camino di Palazzo Grossi (il Castello) a Castiglione di Ravenna (RA), sabato 5 agosto 2023:

  • …con sincero affetto a chi fu e a chi è…        
    Benedetta Camerani
  • Con affetto                                                         
    Franco Baroncelli
  • Grazie per la bella mostra
  • Complimenti per la mostra. Grazie
  • Molto bello e interessante
  • Congratulazioni
  • Bella mostra, bella la location per ricordare Caputo, artista laureato dalla vita 
    Flavia Maroncelli
  • Vedere il selfie di Caputo: che emozione, sapeva ritrarsi in profondità! 
    Maria Teresa Mambelli
  • Al caro amico Caputo sempre presente nei miei ricordi 
  • Bella mostra, location straordinaria, complimenti       
    Marcello Fariselli     
  • Bella mostra e voi come sempre…bravi!      
    Eugenio Fusignani    
  • Complimenti a Gianna e grazie all’Associazione Umberto Foschi,
    Edera Fusconi     
  • Bellissima mostra, uno stimolo ad una collaborazione sempre più stretta fra i due Castiglione       
    Cesare Zavatta
  • Grazie
  • Ma che meraviglia, che location suggestiva, divina illuminazione. Caputo ne sarebbe onorato
  • Meravigliosa!
  • Caputo come Vincent. Forever
    Flavia
  • Bella mostra in una bella cornice storica! 
    Daniela Girardini e Renato Lombardi

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Franco Gàbici

(Laureato in Fisica, scrittore, già direttore del Planetario di Ravenna, presidente del Comitato Ravennate della Società Dante Alighieri e dell’Associazione Liceo Scientifico “Oriani”. Giornalista pubblicista, collabora ai quotidiani Avvenire e QN Resto del Carlino. È stato fondatore e direttore responsabile del “Bollettino Dantesco per il VII Centenario”)

Testo estrapolato dal calendario artistico Augusto Ponti Caputo 2024, realizzato a cura di LA CASSA DI RAVENNA S.p.A. e FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI RAVENNA

Castiglione non finisce mai di stupire. Sapevo che aveva dato i natali al professor Umberto Foschi, ai dotti sacerdoti Girolamo Zattoni e Urbano Dradi, alla dottoressa dei poveri Argia Drudi, allo scrittore e giornalista Antonio Bandini Buti e oggi scopro un altro illustre personaggio, il pittore Augusto Ponti, che pur essendo nato a Cervia è da considerare un castiglionese di adozione avendo vissuto nel paese fino al 2016.

La sua biografia presenta una curiosa coincidenza. Il pittore, infatti, che adottò lo pseudonimo “Caputo”, nasce a Cervia il 18 ottobre del 1920, giorno in cui la Chiesa ricorda l’evangelista Luca che, guarda caso, è il patrono degli artisti e in particolare dei pittori. Un dipinto del pittore piemontese Vittorio Amedeo Rapous, infatti, rappresenta il santo che reca nella mano destra una tavolozza e alcuni pennelli sicché  possiamo affermare che il destino di Augusto era già segnato. Fin da ragazzo “Caputo” mostrò una particolare passione per la pittura che esercitò soprattutto con i gessetti fino a quando l’amica di famiglia Franca Cicognani gli regalò una confezione di colori ad olio, un dono che segnò il suo futuro perché da quel momento usò soprattutto la pittura a olio.

Non ebbe vita facile “Caputo”. A vent’anni, dopo aver combattuto sul fronte albanese fu internato in un campo di lavoro tedesco dal 1943 al 1945, un’esperienza che lo segnò nel profondo, tant’è che ebbe a dire “Io sono morto in Germania nel 1943”. 

Curiosa la vicenda del suo nome di battesimo. Ultimo di cinque figli, i suoi genitori lo chiamarono Augusto per ricordare una bambina orfana da loro adottata di nome Augusta. La bimba, che morì durante l’epidemia della “spagnola”, era solita indossare un cappottino e per questo in paese la chiamavano “la caputina” e in ricordo di quella sua sorellina si fece sempre chiamare “Caputo”, nome col quale firmò tutti i suoi quadri.

Eugenio Fusignani, che gli fu amico, così lo ha ricordato in occasione di una sua “personale”: “Un uomo schivo e generoso, di sentimenti forti, schietti e genuini come la terra che lo ha visto nascere, crescere e diventare quel Caputo che oggi celebriamo”.

Lo scorso anno le vetrine della “Private Banking” di Piazza Del Popolo hanno ospitato una mostra del pittore curata dalla pronipote Giovanna Pirini.

“Caputo” morì a Milano Marittima, alla soglia dei cent’anni, il 23 settembre del 2020.

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Giorgio Costa

(Laureato in Giurisprudenza, ha conseguito il Dottorato di Filosofia del Diritto.  Giornalista professionista, ha lavorato su tematiche economiche, normative e professionali per il Resto del Carlino, Italia Oggi e il Sole 24 Ore. Ha insegnato giornalismo economico ed è redattore presso il Centro Studi Econometrica di Bologna) 

Testo estrapolato dal calendario artistico Augusto Ponti Caputo 2024, realizzato a cura di LA CASSA DI RAVENNA S.p.A. e FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI RAVENNA

Non sempre serve andare in Accademia per diventare pittori. Quel che serve è il talento e la capacità di trasferire, con il pennello e i colori, le emozioni che traboccano, mediate da quel che la vita ci ha riservato; una vita “vista” dalle finestre di una piccola casa nella campagna di Castiglione di Cervia, un territorio “dimenticato” dove la pianura finisce per incontrare poco più in là il mare.

Augusto Ponti – Caputo, in arte – è un artista che, per ora, non ha superato la dimensione locale, non si trova nelle aste o nei negozi di antiquariato o nelle gallerie. Forse, proprio in questo, sta la sua grandezza: chi possiede i suoi quadri li custodisce gelosamente, perché i proprietari delle opere erano tutti amici che ora ne conservano la memoria con una fiorente attività di valorizzazione anche a livello espositivo.

Nei quadri di Caputo non c’è tanto da interpretare; sono quadri che si guardano per il piacere di guardarli, che mettono in scena campagne, fiori, persone o animali e altro non vogliono fare che questo. Non è pittura concettuale o astratta, quella di Caputo. Unica concessione all’irreale i colori (gessetti, olio o pastelli che siano), dai cieli “troppo” rosa ai volti “troppo” marroni. Tutti “troppo” che in realtà costituiscono la cifra pittorica dell’autore, il suo sguardo filtrato della realtà. Una realtà spesso malinconica, che diventa tale, in particolare, quando passa alla resa della figura umana, specie quella della madre, relativamente alla quale riesce a trasmettere tutta la triste poesia della vecchiaia che ha solcato la pelle. Del resto, era lo stesso Caputo a smitizzare quello che faceva: “a pastroc cun al dida”, diceva.  Non dipingo, pastrocchio. Anche questa dell’umiltà è una delle cifre che hanno caratterizzato la vita dell’autore, che ha scorticato giorni terribili nel campo di prigionia tedesco che lo ha ospitato per mesi. Mesi che gli hanno lasciato in dote tristezza e umiltà. Anche nell’uso dei materiali: Caputo ha dipinto sulla juta ma anche sui fondi delle cassette da frutta o sui vassoi da pasticceria: per Caputo lo “scarto” diventava qualcosa che merita una nuova vita. Una vita appartata, lontana dalle recensioni e vicina alle emozioni: e se non tutti i quadri sono riusciti, come accade per tutti i pittori, anche quando il soggetto dipinto lascia un senso di infantile ingenuità, si capisce che era esattamente quel che Caputo percepiva e voleva comunicare. A noi non resta che guardare le sue tele con i suoi occhi da “poeta del silenzio”, come ebbe a scrivere il compianto Umberto Foschi.

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Dal “Libro dediche” messo a disposizione dei visitatori della mostra collettiva “ARTISTI AL CASTELLO” allestita presso Palazzo Grossi (Salone Ingresso e Sala del Camino), a Castiglione di Ravenna (RA), sabato 3 e domenica 4 agosto 2024: 

  • Con stima!!!
  • Complimenti!
  • Incanto ed emozioni a lume di candela
  • Bella iniziativa!
  • Complimenti, mostra bellissima in un contesto stupendo!
  • Cento di queste mostre!   
  • Complimenti
  • Ringrazio di cuore gli artisti Onorio Bravi, Giovanni Fabbri, Giuliano Giuliani, Alteo Missiroli e Vittorio Lelli (Toto) per aver condiviso quest’esperienza con le opere di Caputo, in occasione della sua prima mostra collettiva, dopo la scomparsa.  Per me, una mostra bellissima! Grazie, Giovanna Pirini

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Caputo partecipa a “Credevano fosse amore” (23 novembre/5 dicembre2024), in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, a presso la saletta di Via degli Ariani, 4/A a Ravenna (qui la notizia).